Il 26 settembre scorso è entrato in vigore il decreto legislativo 116/2020, che modifica la definizione di rifiuti urbani. L’attuazione di questa norma potrebbe avere una serie di gravi effetti per i cittadini e per l’ambiente, qualora le amministrazioni non si muovano per tempo o non sollevino proposte per mitigare gli effetti collaterali che rischia di causare.

Il decreto, in attuazione di direttive UE, rende concreta per l’Italia la disciplina comunitaria dell’economia circolare, cioè il modello di produzione e consumo che implica condivisione, prestito, riutilizzo, riparazione, ricondizionamento e riciclo dei materiali e prodotti esistenti il più a lungo possibile. Con questo decreto l’Italia dovrebbe entrare nella rivoluzione della gestione dei rifiuti che diventerebbero ora una risorsa da valorizzare.

La nuova regolamentazione modifica la definizione dei rifiuti urbani consentendo agli operatori economici di avvalersi del servizio pubblico per lo smaltimento di una parte dei propri scarti, lasciando peraltro loro libertà di continuare ad avvalersi di aziende private.

Il serio rischio è di un aumento dell’imposta TARI: se da una parte la quantità di rifiuti che il gestore pubblico (nel nostro caso AcegasApsAmga) si troverà a gestire potrebbe aumentare in modo considerevole (la stima di Ecocerved per il territorio nazionale è di +1,3 milioni di tonnellate/annue), dall’altro lato il gettito derivante dalla TARI stessa potrebbe diminuire, qualora un numero considerevole di operatori economici scegliesse di avvalersi di aziende di smaltimento privato ottenendo uno sgravio dell’imposta. Potrebbe dunque verificarsi una necessità di incremento del servizio o venire a mancare parte degli introiti. In entrambi i casi è  facile immaginare che la differenza potrebbe essere compensata con un aggravio su chi l’imposta la versa, quindi anche sui privati e sulle piccole attività, ottenuto anche tramiti conguagli sulla tariffa già in essere, determinata per tutto il 2021.

Al contempo, a causa della stessa ridefinizione, i rifiuti inerti derivanti da piccole demolizioni domestiche – non essendo più assimilabili ai rifiuti urbani – non potranno più venire conferiti presso le isole ecologiche, come scritto sui cartelli che Acegas ha appeso nei centri di raccolta.  Il privato cittadino si trova dunque in difficoltà a effettuare correttamente il conferimento dei materiali, per il quale dovrebbe sopportare spese prima non previste, come sta in effetti già accadendo (vedasi segnalazione sulla testata Trieste Prima). Già nei giorni scorsi SOS Carso aveva lanciato l’allarme sottolineando il rischio concreto di  veder accresciuti atti illegali di abbandono di rifiuti nell’ambiente, nelle aree verdi e sul nostro Altopiano. 

Le normative hanno valenza nazionale e allineano lo Stato a comportamenti virtuosi riguardanti il riutilizzo e il riciclo dei materiali, ma affinché non si verifichino effetti collaterali gravi il Comune può e deve attivarsi per applicarle per tempo, tutelando i cittadini e l’ambiente in cui vivono. Su Il Piccolo il 23 gennaio l’Assessora Polli dichiarava che il Comune attendeva un tavolo tecnico nazionale per “capirne di più”, ma il decreto è stato pubblicato in gazzetta ufficiale l’11 settembre scorso, è entrato in vigore a fine settembre ed è dal primo gennaio che sono in vigore le nuove classificazioni dei rifiuti.

Adesso Trieste chiede quindi al Comune, e alla Regione tutta tramite i consiglieri del Patto per l’Autonomia, un immediato e preciso riscontro dell’amministrazione pubblica sui temi qua sollevati. È urgente indicare le modalità di applicazione della norma nelle realtà locali, al fine di scongiurare gravi rischi per l’ambiente e negative ricadute sui cittadini”.

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