Opicina era l’ultima stazione di sosta e ristoro prima di raggiungere Trieste per i viaggiatori che arrivavano dal cuore dell’Impero. Il lungo rettilineo che, dall’Obelisco, punta verso il centro del più popolato paese non solo del carso triestino ma anche dell’intero Comune di Trieste, e che poi prosegue in direzione della vicinissima Slovenia, si chiama infatti Strada per Vienna.

Anche questo sabato, Adesso Trieste incontra le persone là dove esse vivono, per ascoltare e condividere idee utili alla progettazione di una città concepita sui bisogni e i desideri di chi la abita.

Introdotto da Cristiana Knaflich e Deborah Borca, coadiuvate lungo tutta l’escursione da Dana Čandek per la traduzione in sloveno, il signor Lucio Vilevich ci offre alcune chiavi di lettura per entrare nel tessuto urbanistico di Opicina. Anche qui, come in tutti gli altri luoghi che abbiamo esplorato finora, emerge la prepotente presenza delle automobili, soprattutto quelle di passaggio. Soluzioni alternative al transito dei mezzi nel centro abitato sarebbero facilmente praticabili, ma l’idea di una mobilità di corto raggio ben congegnata e studiata prendendo come riferimento le persone invece delle macchine non appartiene ancora alla cultura delle pubbliche amministrazioni del nostro territorio.
Ulteriormente penalizzante per Opicina è l’assenza di una vera e propria piazza come ce ne sono praticamente ovunque, sia nei villaggi dell’Altopiano sia nei rioni di periferia. La piazza, l’agorà, è il punto di riferimento e d’incontro la cui mancanza determina un’importante anomalia anche a livello sociale. Ma nelle zone più interne, quelle degli edifici di edilizia popolare dove risiedono molte persone anziane, mancano anche servizi essenziali, come ad esempio un ambulatorio medico.

Gli spazi abbandonati, una vera calamità sulla quale Adesso Trieste sta realizzando uno studio che si concretizzerà come uno dei punti qualificanti del programma elettorale partecipato, sono numerosi anche qui, e delle dimensioni più varie. Si va dal piccolo cinema Belvedere, abbandonato da decenni, fino ai 240mila metri quadrati in disuso della vecchia caserma di Banne chiusa nel 1992. Schiaffi sonori in faccia a singoli e associazioni sempre in deficit di luoghi di aggregazione.

Opicina somiglia al resto della città per quanto riguarda il diradamento delle attività commerciali. Sempre più serrande abbassate, con conseguente carenza di servizi e merci, ricalcano il destino dell’intera provincia.

Al nome di Opicina è associato strettamente il mezzo di trasporto che storicamente veniva usato per raggiungerla e che rappresentava anche una particolarità apprezzata da turisti e visitatori, il celebre Tram de Opcina, che da ormai più di cinque anni viene mantenuto fuori servizio per manifesta incapacità organizzativa del Comune di Trieste. Davanti all’hangar del capolinea, il signor Gianni Cola, ex tranviere, ripercorre brevemente le tappe di una disfatta evitabile. Entrato in servizio nel 1902, il tram diventa immediatamente il mezzo più efficiente per portare persone, merci e posta dalla città all’altopiano e viceversa. L’onorevole carriera subisce l’onta della modernizzazione forzata nel 2005, quando si pensa di applicare sistemi elettronici su vetture vecchie di un secolo. Cominciano i problemi seri, e da quel momento, tra motori bruciati e compromissione della stabilità, la linea presenta sempre più frequenti disservizi fino a quando l’incidente del 16 agosto 2016 e le vicissitudini ad esso seguenti non interrompono a tempo indefinito la sferragliante spola.

Ci incamminiamo poi verso l’Obelisco e l’attiguo ingresso alla Strada Napoleonica, chiamata impropriamente così a causa della leggenda secondo cui a costruirla sarebbero stati i soldati francesi durante la breve occupazione napoleonica a Trieste. In realtà, si tratta della Strada Vicentina, così battezzata perché realizzata su un progetto dell’ingegner Vicentini. Ci soffermiamo sulla scarsa o nulla segnaletica turistica, aspetto che avevamo già notato anche durante l’escursione in Cittavecchia e che contraddice l’ossessiva pulsione al turismo che la giunta comunale uscente sogna, senza cognizione di causa, possa essere la principale risorsa economica della città.

E qui l’escursione potrebbe concludersi. Ma, come annunciato, c’è la sorpresa finale per coloro che desiderano scendere di nuovo in città a piedi, in piena sintonia con la filosofia di spostamento sostenibile e, in questo caso, a zero impatto ambientale, che è uno dei cardini sui quali Adesso Trieste intende mettersi in movimento.

Percorrendo in discesa un breve tratto di Scala Santa, svoltiamo in un ripido sentiero nei boschi che, costeggiando il Rio Martesin, uno dei corsi d’acqua che dal Carso scendono, ormai quasi tutti occultati, verso il mare, ci ritroviamo magicamente dopo meno di mezz’ora a Roiano, praticamente a un chilometro dal centro città. Straordinaria, la veloce varietà dei paesaggi che la nostra Trieste ci offre in uno spazio relativamente ridotto dove niente è particolarmente lontano e tutto è sempre meravigliosamente diverso.

Abbiamo altre magie in serbo. Ma ci serve il vostro aiuto per renderle ancora più sorprendenti.

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