I giovani devono fare i giovani.

Quanto male mi fa leggere una frase del genere.

Mi sembra di tornare indietro di cinquant’anni e di ritrovare quello che mi sentivo dire allora: tra condiscendenza e paternalismo riaffiora in trasparenza “voi giocate pure, per le cose serie ci siamo noi adulti, che sappiamo bene come va il mondo”.

E invece dovremmo imparare da loro, che sono intelligenti, preparati, vivaci, perché non c’è più tempo ed è indispensabile cambiare il passo.

 

Ci accomuna la volontà di cambiamento e di una società più sostenibile.

È possibile, ma tanto altro separa.

Innanzitutto, la progettazione partecipata. Quando si fanno le passeggiate nei rioni di Trieste, non si va soltanto per raccogliere le lamentele dei cittadini: si va anche e soprattutto per incontrarsi, per ascoltare, per imparare; si va per scoprire quel che funziona e che si può “esportare” in altre zone della città; si va per comprendere con umiltà un territorio ricchissimo di presenze umane, di esperienze, di vita.

È un attivismo gentile ma determinato, audace e pragmatico, generoso; tiene conto degli errori del passato e li supera, con una visione al futuro che noi vecchi non possiamo avere.

Non è la volontà che ci manca, ma gli strumenti.

I “Millennials” sono nati senza confini: provate a spiegar loro cosa significava attraversare un valico! Parlate loro della propusnica, della Zona A e della Zona B, o della cortina di ferro!

Quelli che, fra loro, non sono stati condizionati dai nostri schemi, ideologici o legati al ricordo, vi sorrideranno senza comprendere, perché sono veramente cittadini del mondo, sia dal punto di vista geografico, sia umano.

Per loro il clima è planetario e l’Europa è quella che per noi era la Nazione.

Amano profondamente questa nostra città e vorrebbero non essere costretti ad andarsene per trovare un lavoro degno, corrispondente a una preparazione molto spesso d’eccellenza.

Li vedo agire, discutere, confrontarsi con decisione e rispetto nei confronti di tutti, giovani e vecchi, e quel che per tanti di noi è vero a parole, loro lo praticano con naturalezza, consapevoli di dover agire non soltanto per se stessi ma anche per le generazioni che verranno.

Possiamo, in tutta onestà, dire lo stesso di noi?

Personalmente credo che sia venuto il momento di passare la mano e lasciar fare a chi non ha bisogno di “tradurre” le proprie idee per adeguarsi alle nuove e complesse categorie del mondo in cui viviamo.

La nostra generazione, assieme a quelle chi ci hanno preceduto, ha rubato a questi giovani il futuro, con le nostre azioni miopi, ma anche con inazioni colpevoli e irresponsabili. Abbiamo lasciato solo macerie.

Chi, fra noi, può sinceramente considerarsi per loro un esempio, un punto di riferimento? Li abbiamo lasciati soli a gestire delle emergenze gigantesche, risultato della nostra incapacità di visione, o del nostro disinteresse.

E allora, come si giustifica il patto intergenerazionale che si realizza in Adesso Trieste? Non è forse contraddittorio rispetto a quel che ho affermato fino a ora?

Secondo me no, la nostra esperienza, la nostra memoria possono essere utili a dar profondità temporale a una visione proiettata in avanti di cinquant’anni, a un tempo in cui noi, presumibilmente, non ci saremo più.

È vero: si riceve ben più di quel che si può dare. Ci si sente parte di qualcosa di vero, concreto, leale. Si vedono realizzati i sogni che non si è potuti concretizzare perché c’era qualcuno che diceva I giovani devono fare i giovani e non si ha avuto la forza di dire: no! ci siamo anche noi, vediamo più lontano, possiamo agire.

Si vede ridar senso a tante parole, espressione di ideali che la politica più deteriore ha violentato, appropriandosene per distruggerne la forza visionaria e la bellezza.

Il “noi” che si sente è tangibile.

Di nuovo: perché non lasciarli far da soli, se sono tanto bravi, capaci, intelligenti e preparati?

Perché sarebbe troppo comodo delegare ancora una volta, prima ai più vecchi e ora ai più giovani. Se vogliamo provare a dare un senso al nostro fallimento, abbiamo il dovere di star loro a fianco. Il nostro tempo è andato, il mondo ora è loro, e quando agiscono in prima persona non possiamo che dar loro il nostro supporto.

 

Paola Pini

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