Come si progetta una città? Come trasformare i punti di debolezza in punti di forza attraverso la progettazione e la concertazione di tutti i soggetti coinvolti? All’evento di Adesso estate in piazzale De Gasperi il 10 settembre, ne abbiamo parlato William Starc (architetto ed ex dirigente pubblico). Questa è la trascrizione del suo intervento.

Riccardo Laterza Manca sempre meno al 4 ottobre. È stata e continuerà a essere ancora per qualche settimana una cavalcata impegnativa, ma molto emozionante, nella quale abbiamo incontrato e coinvolto tantissime persone, con esperienze e percorsi diversi, che si sono messe al servizio di una causa comune, di una causa collettiva e William è una di queste persone. È l’incarnazione del patto generazionale di Adesso Trieste, del fatto che persone anche con esperienze anagraficamente molto più lunghe di altri hanno deciso di mettersi al servizio di un percorso che sta provando anche a innovare le forme della politica, della partecipazione a livello cittadino, ma che ha bisogno, ha strettissimo bisogno anche dell’esperienza di chi ha visto più cose di noi, ha visto anche periodi differenti.

Io volevo partire con William dal dove siamo oggi. Siamo in una piazza in realtà molto vissuta quotidianamente da chi abita in questo rione, ma siamo circondati anche da spazi con un grande potenziale ancora inespresso. Ecco magari se ci puoi raccontare quali sono secondo te le caratteristiche più interessanti. Ne dico solo io una velocissima. Se voi fate qualche decina di metri a piedi e entrate nel cortile di questo complesso Ater che è alla mia sinistra noterete uno dei cartelli più belli di Trieste. 9 divieti enormi: è vietato giocare a pallone, è vietato mangiare, è vietato ascoltare musica, è vietato fare tante altre cose. Non si racconta quello che invece si può fare in uno spazio pubblico di pregio, come potrebbe essere il cortile di una casa popolare o una piazza come questa.

Ecco siamo spesso circondati da spazi dove i divieti sono ricordati in maniera più ossessiva invece che le potenzialità dei luoghi, dell’incontrarsi e del costruire assieme una vita in comune più di qualità. Non so se hai anche altri spunti, sicuramente, su questi spazi che sono pieni di potenziali.

William Starc Buonasera a tutte e a tutti, grazie di essere qui. Io partirei proprio dalla definizione di alcuni che mi hanno preceduto di questo spazio, che l’hanno definita una piazza. Io la definirei una grande di aiuola spartitraffico. Se voi guardate il movimento di macchine che c’è qui intorno e come qui bisogna stare dentro questo spazio, non si può rischiare di uscire, perché c’è una percorrenza di mezzi impressionante, direi che purtroppo, come piazza Goldoni anche, sono grandi spazi pubblici ma in realtà sono delle aiuole, grandi aiuole spartitraffico. C’è un progetto legato alla trasformazione dell’ex sede della Fiera campionaria, che dovrebbe riqualificare questo spazio, però voglio ricordare anche che la strada alle mie spalle verrà raddoppiata come sezione a doppio senso e questo nel bene e nel male continua a essere uno degli accessi e uscita di questa parte di città.

Allora si può pensare questo contesto in maniera diversa? E come? Anni fa, ma anche il piano regolatore di adesso vigente ha cercato di definire un piano struttura che legasse la miriade di aree pubbliche presente in un sistema di relazioni che valorizzasse questi luoghi anche come luoghi pubblici. Purtroppo la progettazione che viene fatta e si continua a fare è una progettazione per spazi separati: il Museo di storia naturale in un pezzo di caserma, un altro museo, quello della pace, in un altro pezzo di caserma, il pezzo di caserma che è vuoto sempre del complesso dell’ex caserma Murge che non si sa quando verrà ristrutturato e se verrà ristrutturato a fini pubblici, una parte delle caserme qui di fronte a noi su via Cumano, che è stata trasformata in edilizia residenziale pubblica e una parte continua a rimanere deposito dell’esercito, la Fiera che è stata venduta, pur essendo un’area pubblica di proprietà della Camera di commercio, della Provincia e del Comune di Trieste. Se ricorderete, sul giornale era stato presentato come un grande intervento, ma sono quasi passati due anni e il cantiere è fermo.

Poi c’era l’area della caserma Beleno che è stata usata per fare la nuova sede della polizia municipale, le caserme di via Rossetti, il sistema del verde della valle di Rozzol che segue la linea ferroviaria, l’ippodromo, la vecchia stazione di Rozzol che dovrebbe essere potenzialmente una delle stazioni della futura – auspichiamo – metropolitana leggera, non al servizio solo di Trieste, ma del contesto giuliano ed extraterritoriale – diciamo così – della vicina Slovenia, Capodistria, Sežana, Aidussina e Nova Gorica. E quindi pensare queste aree in una visione unitaria ma che le leghi tra loro.

Anni fa, facendo la variante di servizio del Comune di Trieste, pensavamo di trasformare la zona della Fiera che era ormai già superata come concetto di posto esclusivo per le fiere, in un polo scolastico moderno, un polo scolastico perché ritenevamo che l’istruzione ha un’importanza fondamentale non solo per quello che significa a livello culturale, ma anche perché la qualità degli spazi e degli ambienti dovrebbero formare una nuova coscienza civica dei cittadini.

Purtroppo questa opzione è stata nel tempo cancellata e si è deciso di trasformare quest’area in un intervento tutto privato, perché uno dei problemi oggi… Voi sapete che negli anni scorsi c’era il patto di stabilità, ma le casse pubbliche non stanno bene e un modo di fare cassa e di far trovare risorse non solo per fare nuove opere pubbliche, ma anche per gestire quelle esistenti, è quello di alienare i beni pubblici.

Quindi da questo punto di vista in una città che continua a perdere abitanti che ha un grande problema di utilizzo dei servizi, perché la dimensione degli stessi non è suffragata nei costi di esercizio dalle entrate della popolazione residente, diventa un problema molto grosso che dovrà essere affrontato seriamente dalle prossime amministrazioni.

Riccardo Laterza Ecco tu parlavi della necessità di avere una visione d’insieme. Allora volevo fare assieme a te un viaggio nel tempo, perché sei un ex dirigente pubblico e hai avuto modo di lavorare in ambiti come l’urbanistica, i lavori pubblici, l’ambiente, sia nel Comune di Trieste, sia in Provincia, sia anche al ministero dell’Ambiente, quindi hai sicuramente una conoscenza molto approfondita non solo dell’amministrazione pubblica in sé ma anche di come è cambiata nel corso del tempo.

Io volevo chiederti di raccontarci un po’ quali sono le differenze maggiori che vedi, che hai visto diciamo nel corso della carriera, tra il periodo nel quale effettivamente si faceva urbanistica, si faceva pianificazione, con un’idea unitaria di sviluppo della città e invece gli ultimi anni nei quali probabilmente le cose erano cambiate. Prima parlavi del piano dei servizi (se non sbaglio giunta Spaccini), quindi insomma ormai tanti anni fa, ma mi raccontavi, anche in altre occasioni, che si era sviluppata un’équipe, un lavoro di squadra che aveva permesso di reinterpretare tutta la città alla luce delle funzioni e dei servizi che dovevano essere garantiti in ogni rione a tutte le triestine e i triestini.

William Starc Grazie per questa domanda. Io ho avuto la fortuna di vivere una stagione felice dal punto di vista dell’urbanistica, per una serie di coincidenze storiche. Un grande movimento di popolo – diciamo così – che chiedeva un nuovo modo di vivere le città e di partecipare alle scelte sulle città, che non vedeva solo i semplici cittadini, ma vedeva la costituzione degli organismi decentrati nella scuola, quindi la partecipazione dei genitori alle vite della scuola, il discorso dei sindacati, che uscivano dalle fabbriche e affrontavano i temi del vivere sociale all’interno delle città, il discorso della salute, che non poteva essere solo monetizzata, ma doveva essere investire il contesto di come si vive.

Vi ricordo solo una serie di leggi: la legge sull’edilizia che dalla licenza edilizia si passava alla concessione edilizia, cioè non è perché uno aveva un terreno edificabile aveva diritto sic et simpliciter di avere la licenza per edificare. Aveva una concessione, se c’erano i presupposti per fare urbanizzazioni di concorso ai costi dell’urbanizzazione per edificare. L’avvio degli organismi di decentramento: le circoscrizioni sono state fatte negli anni ’70. Purtroppo da un grande dibattito intorno a queste forme di decentramento amministrativo, che consentivano la partecipazione dei cittadini, questi organismi sono progressivamente sviliti, perché non sono stati messi nella condizione di poter agire senza budget e senza poteri vincolanti sulle decisioni a cui erano chiamati.

Quindi da questo punto di vista ho avuto la fortuna di vivere una stagione che era molto promettente. Poi negli anni ’70 le cose sono cambiate e siamo arrivati addirittura negli anni ‘90 dove, sul discorso della governance, il grande cambiamento è stato quello di passare dal sistema proporzionale al sistema maggioritario. Lo dico qui solo per ricordarvi due cose: l’elezione diretta del sindaco e il fatto che col premio di maggioranza oggi i consigli comunali che dovevano, dovrebbero essere il perno dello specchio democratico della società in cui viviamo, i giochi sono tutti fatti, perché c’è una maggioranza che ha la maggioranza schiacciante, l’opposizione riesce a fare ben poco e soprattutto il consiglio ratifica le decisioni del sindaco e della giunta, più che impostare lui il gioco di contesto.

Dico questo perché, vedete, vi faccio un esempio sul piano regolatore. I piani regolatori nascono per guidare i processi di sviluppo delle città. Allora negli ultimi quarant’anni, Trieste ha avuto una variante generale dei servizi e quattro piani regolatori. Uno non ha mai trovato la luce, tre si sono succeduti nel breve arco di pochi anni e guarda caso la grande differenza rispetto alle altre città, pur perdendo abitanti continuamente, la capacità insediativa di questa città

Vi do solo un dato: Trieste come edificazione e superficie occupata nel 1971 aveva 272.000 abitanti (Trieste comune). Oggi arriva a malapena a 200.000 con 25.000 immigrati, quindi siamo a 175.000 abitanti, diciamo così. Però come superficie nel ‘71 era la metà di quella oggi edificata. Allora voi capite che gestire un piano regolatore per Trieste voleva dire, in questo trend demografico calante da quarant’anni, affrontare la riqualificazione della città.

Vi ricordo solo una cosa ancora. L’amministrazione Illy è riuscita a fare un’operazione incredibile. Ha aumentato l’area edificabile e ha diminuito gli abitanti insediabili. Come, non ve lo sto a spiegare perché sarebbe troppo lungo, ma per dirvi che queste operazioni poi le paga la città, nel senso che ci sono estensioni di servizi, estensioni di costi di gestione dei servizi, a cui poi le amministrazioni per le scarse risorse (ricordavo prima come il patto di stabilità ha condizionato pesantemente la spesa pubblica negli ultimi dieci anni) non sono in grado di gestire le cose pubbliche, perché le risorse sono scarse.

Da qui la necessità di reimpostare il modello di città, soprattutto in città come la nostra che ha perso tantissimi abitanti, che presenta un patrimonio pubblico eccezionale dismesso. Vi faccio ancora un esempio: gli ultimi interventi grandi dell’Ater, questo e quello nell’ex caserma dei Vigili del fuoco di fronte all’Itis, sono state scelte che io avevo provato anche a discutere. Perché edificare su aree pubbliche? Perché non riqualificare aree private dismesse?

Qui si è voluto invece fare le operazioni sulle aree pubbliche, massacrando anche patrimoni pubblici che avrebbero potuto avere altri sviluppi. E oggi è uno dei grandi problemi di questa città e avete visto l’altro giorno che, nonostante ci sia il Porto Vecchio libero completamente, ci sia la caserma di via Rossetti, le caserme di via Rossetti vuote completamente, ci sia ancora una residualità notevole all’interno dell’ospedale psichiatrico per recuperare gli edifici, si pensa di mettere l’università nel campo profughi di Padriciano.

Allora lascio a voi ogni commento, ma c’è una visione evidentemente di stravolgimento dei rapporti tra l’urbanizzato e il non urbanizzato, che comporta solamente costi a carico della collettività senza dare parimenti qualità di servizi, perché i soldi non ci sono.

Riccardo Laterza Hai fatto un quadro tanto esaustivo quanto drammatico direi. E aggiungo un piccolo tassello, perché appunto, come abbiamo visto in realtà, quando si parla di urbanistica, di sviluppo urbano, di scelte che incidono sulla qualità della vita delle persone, tutto è molto intrecciato anche con le trasformazioni politiche più complessive. 

Tu facevi l’esempio del maggioritario e della scelta di togliere potere alle assemblee elettive per darlo agli organi esecutivi. Un altro esempio concreto è quello degli accordi di programma, della cosiddetta urbanistica contrattata, quindi il pubblico che in qualche modo sceglie di per sé, liberamente, di perdere potere di decisione su cosa fare delle grandi aree urbane per cederlo di fatto a soggetti molto spesso privati. L’esempio dell’ex Maddalena è emblematico: dopo 20 anni di pozzanghera ora abbiamo, al posto di un parco urbano che avrebbe potuto essere di grande pregio e che avrebbe potuto diventare il centro della vita di un rione, abbiamo un supermercato con una mega rotonda attorno, e questo è solo uno degli esempi di un modello di urbanistica sicuramente non più sostenibile. 

Credo però che l’elemento ancora più drammatico sia che anche quando il pubblico continua potenzialmente a mantenere un controllo rilevante sulla situazione, il risultato non è migliore. L’esempio di Porto Vecchio è emblematico: abbiamo un accordo di programma firmato da tre soggetti pubblici – Comune, Regione, Autorità portuale – ma abbiamo anche qui delle scelte che sono di fatto delle non scelte, perché la variante al piano regolatore decide solo una cosa in realtà: che non si possono insediare attività produttive. Per il resto di fatto si può fare di tutto di Porto Vecchio, dal residenziale, che viene definito sul 70 per cento delle aree, al direzionale, quindi uffici, tutte funzioni di cui la città non ha bisogno perché abbiamo 12.000 case sfitte e 1800 negozi vuoti a Trieste, mentre invece l’unica funzione che forse andava valorizzata in quell’area – che era quella produttiva ad alta tecnologia, ad alto valore aggiunto, ad alto tasso d’innovazione –, viene di fatto esclusa dai piani del pubblico. 

La domanda da un milione di dollari o euro o qualsiasi valuta è: qual è l’alternativa? Come oggi si può ricostruire un modello di rigenerazione urbana che, come dicevi prima, non consumi ulteriore suolo, recuperi le strutture – sia di proprietà pubblica che di proprietà privata –, con un rapporto diverso tra il pubblico e il privato? Perché il rapporto tra pubblico e privato è fondamentale ma bisogna anche capire che privato, con quale funzione, con quale ruolo. Ad esempio se andiamo a vedere i tanti piani di recupero urbano che sono inseriti nell’attuale piano regolatore, ma non sono mai stati attuati, parliamo di aree con proprietà miste pubbliche-private, di aree spesso oggi in grande degrado ma che se ci fosse un coinvolgimento attivo, per esempio dell’Ater, o di associazioni attive sul territorio, di realtà che conoscono il rione nel quale si interviene, ma anche di piccoli proprietari privati, potrebbero veramente rivedere completamente la luce. 

Una delle nostre proposte per esempio – e so che sei d’accordo quindi faccio un gol a porta vuota – è che i milioni di euro che oggi la Regione ma anche la Camera di commercio pensa di investire sul Parco del mare vengano investiti, invece, in tanti piani di rigenerazione commerciale dei rioni, soprattutto in quelli periferici. Perché se vogliamo veramente costruire la città dei 15 minuti, se vogliamo veramente costruire una città in cui le persone trovino sotto casa i servizi dei quali hanno bisogno, quindi mettendo insieme la sostenibilità ambientale con la sostenibilità sociale, abbiamo bisogno anche di interventi di questo tipo che coinvolgano anche risorse dei privati, ma nella direzione di una città più giusta, più equa e più sostenibile. Ecco la domanda che voglio fare per concludere questo dialogo: come si può fare tutto ciò? Quali sono secondo te gli strumenti che nel futuro un’amministrazione del cambiamento della città può mettere in campo per realizzare effettivamente questi che oggi sembrano un libro dei sogni, come spesso veniamo accusati di aver costruito il programma, ma in realtà sono idee concrete per un cambiamento concreto della città.

William Starc Per affrontare questa tematica non ritengo che basti un mandato amministrativo. Affrontare la trasformazione di una città implica un discorso di tempi medio-lunghi. È chiaro che la sfida e le opportunità che oggi ci sono – pensate solamente cosa significa il Piano nazionale di resilienza e ripresa, la quantità di risorse –, ma per utilizzare risorse bisognava avere idee, bisogna avere progetti, bisogna avere progetti concreti, progetti articolati in cui i vari portatori di interesse, i cosiddetti stakeholders, si siedono intorno a un tavolo e ciascuno rispetto alla sua visione la espone, e la politica deve fare la sintesi

Il problema non è fare domani male, il problema è costruire dei percorsi su cui la gente può riconoscersi, quindi avere la fiducia anche di investire. Il sindaco di Barcellona, quando ha avviato le operazioni di trasformazione della città in prospettiva del recupero di parti consistenti in riva al mare, ma nella prospettiva soprattutto delle Olimpiadi, ha movimentato un azionariato popolare, ha trasformato il capitale fisso sociale in azioni e ha venduto queste azioni poi sulle piazze finanziarie mondiali, Londra, New York, cercando di racimolare quelle risorse finanziarie che servono per queste grandi trasformazioni. 

Oggi qui non si tratta di demonizzare il privato rispetto all’enfatizzazione del pubblico, bisogna concertare – e la politica serve a questo – anche una mediazione tra interessi contrapposti, ma che abbia come visione che la strada fino a oggi percorsa non ci porta da nessuna parte, ci porta al disastro. Bisogna inventare nuovi metodi. Vi faccio solo un esempio. Noi abbiamo a livello nazionale una legge urbanistica vigente del 1941, fatta durante il fascismo, una bellissima legge che però non è stata mai applicata. Con l’istituzione delle regioni siamo arrivati a ognuno per sé e Dio per tutti. Questa regione negli anni ’70 aveva fatto un piano urbanistico regionale che era all’avanguardia in Italia. 

Bene, dal 1978 abbiamo il piano in termini di zonizzazione, che è sempre quella. Più volte le giunte che si sono succedute hanno tentato di modificarlo, hanno fatto delle leggi ma non hanno mai prodotto un nuovo piano con la zonizzazione di quelle che sarebbero dovuto essere le nuove zone e come questa regione si trasforma alla luce anche del dibattito a livello nazionale sulle sfide energetiche, sulle sfide climatiche, sulle sfide di partecipazione. Allora qui ritengo che un’amministrazione seria deve, la prima cosa da fare è quella di mettere intorno a un tavolo i potenziali soggetti che esprimono bisogni reali – dalla residenza per i giovani, dalla residenza per chi non ha la capacità economica per poter accedere a una casa privata, ma può accedere a una casa pubblica, può accedere anche a dei riscatti che evidentemente devono essere all’interno di piani finanziari sostenibili –, soggetti forti

Noi abbiamo fatto un consorzio Ursus per gestire la trasformazione del Porto Vecchio che esclude, è tutto pubblico, e non coinvolge i grandi player internazionali che hanno sede a Trieste, Assicurazioni Generali, Wartsila, Snam, che potrebbero concorrere non solo con quote di investimento, ma anche con idee innovative per quanto riguarda la trasformazione del terziario, l’industria 4.0, Italcantieri. 

Allora oggi la sensazione è che se ognuno continua a vivere nel proprio orticello e guardare solo nel proprio orticello, non andiamo da nessuna parte. Andremo avanti con i risultati che abbiamo visto e poi bisogna ricordare anche – citavi prima la Maddalena… ma perché nasce la Maddalena? Perché quando all’Azienda dei servizi sanitari è stata data personalità giuridica e quindi la proprietà dei beni, questi hanno cominciato a fare politiche immobiliari anche loro. E guardate che il pericolo non è infinito, perché il problema si ripresenta sul Burlo. Noi abbiamo le scuole medie superiori più disastrate di tutta la regione perché sono le più vecchie, grazie al fatto che questa era una città. E purtroppo continuiamo a investire milioni su catapecchie che non hanno aule magne, biblioteche come si devono chiamare, spazi aperti, palestre idonee per la gioventù. 

Allora qui non è che uno può mettersi lì e pontificare, qui bisogna ridisegnare il gioco, ridisegnare la città, partire da punti di debolezza, perché la nostra demografia è un punto di debolezza, ma può diventare un punto di forza se riusciamo a fare delle politiche innovative per attirare giovani, per attirare forza lavoro, per reimpostare una storia grande di questa città che l’aveva portata a essere grande quando il lavoro era il lavoro, e non è come oggi che, addirittura con lo smart working, tutti sono chiusi nelle loro case e non riescono nemmeno più a relazionare. Quindi rivitalizzare la città vuol dire sedersi, discutere, prospettare, avere soprattutto il coraggio di osare. Non dire perché si è sempre fatto così, continuiamo fare così.

Riccardo Laterza Grazie mille, veramente ogni volta sei illuminante, perché tratteggi con semplicità cose molto complesse e ci dai una mano a capire meglio dove dobbiamo andare, in che direzione dobbiamo muoverci. E in sintesi, lo hai detto anche tu, il punto è cambiare le regole del gioco ed è costruire il cambiamento che vogliamo vedere nella nostra città insieme alle persone e non soltanto per le persone. Ed è un po’ l’impegno che ci siamo presi in questi mesi e che anche dopo il 3 e 4 ottobre vogliamo portare dentro e fuori dalle istituzioni della nostra città, quindi vi ringrazio nuovamente per l’attenzione. 

Parte prima

Parte seconda

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