di Giulio Ciabatti

Nello spazio di poco più di un chilometro, muovendosi dalla discussa ex Sala Tripcovich, a due passi dal Conservatorio di musica Tartini e dalla stazione ferroviaria che fa da ingresso alla città, possiamo incontrare l’Urban Center (inaugurato nel 2021 e volto a promuovere e finanziare start-up innovative, compresi progetti artistici, così si legge nel programma) e il Magazzino delle idee, polo culturale di mostre ed eventi (gestito dal servizio promozione e valorizzazione del territorio culturale regionale, vicino agli ex Magazzini del sale e agli spazi di dogana), la Casa del cinema sede della Film commission del FVG (nata nel 2000 per finanziare lungometraggi, film di animazione, serie tv, documentari, spot pubblicitari, video musicali e altro con eccellenti performance e ricadute economiche e di promozione del territorio), il Teatro Miela (un teatro a uso misto nell’ex sede dell’Ente porto!). E oltre quel percorso di spazi culturali quasi ininterrotto, se si escludono i frequentatissimi magazzini Mirella, abbigliamenti per tutti, si prosegue con il Palazzo Gopcevich, sede del museo teatrale, il Teatro lirico G. Verdi, il museo d’arte orientale, il museo sveviano e joyciano, la Casa della musica. E poi ancora il museo Revoltella, il museo civico Sartorio (con una collezione di 250 disegni del Tiepolo da far invidia al British museum), a due passi dalla Stazione Marittima e dal museo della Bora. Aggiungiamo i teatri di prosa, il Politeama Rossetti, il teatro la Contrada, lo stabile Sloveno, il teatrino dei Fabbri, il teatro all’ex Opp, l’Hangar teatri, l’ex Gasometro, aperto al pubblico quest’anno e i musei scientifici o quello del mare! Eppure il visitatore che giunge in città è privo di punti di riferimento, fosse pure un info-point. La segnaletica è assente, l’idea che esista una connessione tra questi luoghi altrettanto. Non va meglio allo spettatore, al cittadino che frequenta le case di cultura spesso per abitudine, per affezione consolidata, per un piacere breve ed effimero. Fa la fila, prenota, paga, consuma. I giovani si vedono di rado, non vi colgono le suggestioni, rimangono ai margini, a volte in coda, magari in attesa che qualcosa che li riguardi possa casualmente accadere. E tutto questo perché tutti quei teatri, musei, biblioteche, magazzini non riescono a dare l’idea di un Cantiere vivo, di qualcosa in fermento, di un Porto animato!

L’orientamento comune in questi ultimi tempi è stato proporre il maggior numero di manifestazioni, spettacoli, eventi per riempire gli spazi a disposizione e invogliare il pubblico a consumare un prodotto, una merce confezionata. Le amministrazioni e i gestori della cosa pubblica si sono dati da fare per pubblicizzare la cultura in tutte le sue forme e mode. L’impressione è che si voglia dare fondo alle scorte di magazzino, riempire il carrello e fare cassa. Non sono mancate le offerte di stagione, i pacchetti sconto e saldi imperdibili. Le giornate dello sbaracco! Non bastasse, molti hanno fatto a gara per mettere a disposizione l’acquisto dei loro eventi di cultura online e in streaming bypassando qualsiasi forma di contatto, qualsiasi scambio di pensiero reale con il pubblico!

Eppure mai, come nel recente periodo, lavoratori dello spettacolo e artisti hanno avvertito così dolorosa l’assenza del contatto con il pubblico. L’assenza della sua presenza. Una Quaresima inattesa prolungatasi mesi, che non ha permesso di incrociare alcuno sguardo di consenso, critica, stupore, incanto. La ripresa delle attività del settore non sembra volerne tenere conto e ancora una volta trascura questo valore per auto-promuoversi, auto-celebrarsi, commemorarsi, mettersi in maschera negli spazi di corte e, non ultimo, continuare a ignorare e lasciare precarie tutte quelle figure di lavoratori del settore che non compaiono più nemmeno nei titoli di coda. Lo show deve ripetersi identico a prima, restituendo quella finzione di normalità che non serve ad altro che a bloccare di fatto ogni esperienza che muova da presupposti diversi. L’ideazione di percorsi di progettazione e realizzazione è la grande assente. Troppi continuano a difendere il proprio status, a rinchiudersi orgogliosi in se stessi, a certificare l’esistente. Tra le numerose istituzioni culturali sembra non esserci dialogo. Manca una visione complessiva, una manovra congiunta. Si replica, ma il futuro, quello vero, è assente dalla scena!

  1. Uno sguardo intorno. L’offerta culturale estate/autunno è dedicata ai selfie davanti alla mostra diffusa di passeri, lumache, conigli, lupi a guardia del Vate curto, un elefantino che è andato a sbattere sui muri del teatro! Hanno preso dimora per le vie del centro insieme a topi, piccioni e gabbiani veri, preoccupati dall’eventuale uso di falchi chiamati a debellarli. È questo l’Incanto della città, il segno della rinascita, lo sguardo rinnovato e magico?  È questo il sentiero urbano offerto al visitatore?
  2. Lo sguardo intercetta per un istante la Sala Tripcovich. Non dirò dell’evidenza dell’incuria, dell’insipienza, della trascuratezza, dell’abbandono di questo bene pubblico. Non servono transenne! Vorrei solo ricordare che è stato ceduto al Comune di Trieste qualche anno fa in cambio dei Laboratori scenografici alle Noghere, sui quali si tace. Anche qui nascevano sculture, ma di tutt’altro valore, significato, destinazione d’uso! Nel ventennio passato qui le maestranze del Teatro Verdi contavano un numero consistente di scenografi, attrezzisti, restauratori, falegnami, fabbri, macchinisti. Questo numero oggi è più che dimezzato, alcune competenze perdute, e quello spazio, destinato a essere laboratorio per tutti i teatri della città, sembra un capannone dimenticato, deposito provvisorio di scene in attesa di probabile smaltimento. Si sta dissipando un mestiere, un’arte, una tradizione. Assisto incredulo a questo colpevole abbandono, allo smantellamento di un patrimonio, al silenzio che lo circonda. Anche qui i giovani sono i grandi assenti, il lavoro non si vede, la china è imboccata. Cantiere in disarmo! Alla periferia della città, lontano dagli sguardi.
    Per ironia, a due passi dai laboratori 3R, quelli nei quali, qualche anno fa, si avviava un percorso sperimentale rivolto al personale dei lavoratori comunali per sviluppare gli strumenti di base per il riciclo creativo. Gli spazi offerti per la conservazione delle scenografie non sono adeguati o insufficienti a tale scopo. La produzione di spettacoli in stagione e in co-produzione con teatri nazionali ed esteri si è ridimensionata e rischia di scomparire del tutto. Impietoso il confronto con la produzione degli anni passati. Figure come capo-macchinista, o direttore degli allestimenti scenici sono chiamate occasionalmente a contratto per brevi periodi. Un capo-scenografo non c’è, perché mancano gli scenografi, gli attrezzisti, gli scultori, i decoratori. La scomparsa della danza ha significato la chiusura del festival dell’Operetta, di cui non rimane che una triste, sporadica parodia. Una realtà che poteva apparire a prima vista marginale e provinciale, portava con sé un respiro molto più vasto di quello attuale, per non parlare degli anni nei quali si contavano firme di grandi artisti (Marcello Mascherini, Gianfranco Padovani, Nino Perizi, Misha Scandella, Sergio Dosmo per citarne solo alcuni).
  1. Dove non c’è cura e memoria, ma solo incuria e supponenza, non ci può essere cultura. Villa Stravopulos  attende un destino da sessant’anni. Destino-farsa o destino-beffa (nonostante abbia ospitato negli anni Settanta lo studio sulla sperimentazione dell’arte contemporanea sotto la direzione del pittore Emilio Vedova). Il MiniMu (creato dal Gruppo Immagine 1987 come omaggio all’artista Bruno Munari, è diventato anche la casa di Nati per leggere), quel laboratorio con mostre ed esperienze d’arte rivolte in particolare a bambini, famiglie e scuole attende non si sa quale sorte! E quale coinvolgimento c’è fra le scuole d’arte, il conservatorio di musica, le associazioni giovanili e le altre realtà culturali? 
  2. Lo sguardo cade sull’offerta di Trieste-estate. Il depliant, disponibile all’info-point del Comune, pubblicizza spettacoli all’ammasso. Un coacervo indistinto e scomposto, raffazzonato e informe, che fa la gioia di un esibizionismo occasionale privo di qualsiasi orizzonte. Guazzabuglio sciatto, movida raffazzonata e compulsiva! Horror pleni l’avrebbe definito Gillo Dorfles! Si replica, ma il futuro, quello vero, è assente dalla scena! Nessuna traccia di uno sguardo sull’Europa centro-orientale. Non c’è un’anima. Non c’è rotta, mappa, filo capace di tessere, di parlare di questa città-porto, crocevia di vite e storie diverse, di coloro che in questa città con il loro passaggio hanno lasciato un’eredità di segni e sogni, di sguardi inattesi. Alla città si sottrae la forza del suo essere e del suo farsi racconto!

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Strehler diceva: “La cultura in questo Paese deve essere punto di riferimento e non un punto di smarrimento”, qual è diventato! È tempo di cambiare le regole del gioco.

– Bisogna uscire dai recinti, dalle vetrine, dai cartelloni-pubblicità con eventi-spettacoli esposti come merce di intrattenimento, fenomeno da baraccone culturale. Serve incoraggiare la ri-nascita dei laboratori, delle scuole d’arte, delle botteghe, dei magazzini, negli spazi esistenti (!!!) dove riconnettere il teatro, la musica, la danza, le arti figurative, il cinema, i media. È tempo di offrire spazi condivisi nei quali confrontarsi e progettare insieme. Biblioteche, musei, teatri, associazioni culturali devono essere sollecitati a una progettualità trasversale e condivisa. Serve non tanto un magazzino di idee, quanto una fabbrica di pratiche che si sottragga alla ricorrente dimensione iconica nella quale l’arte rimane ingabbiata, prigioniera di se stessa e del proprio passato.

Usciamo insieme dalla bulimia della pubblicità mordi e fuggi degli eventi e degli spettacoli in streaming. Costruiamo un futuro che non ignori la bellezza del passato. Bisogna riallacciare i fili con la tradizione, riprendere a fare Teatro popolare, Teatro viaggiante, Teatro di figura. Diamo la possibilità di assistere tutto l’anno a spettacoli per tutte le età! Non è così difficile. Basterebbe scegliere di coinvolgere le scuole e i giovani che percorrono queste strade. La possibilità offerta dalle cosiddette residenze non può trasformarsi in una sorta di caporalato legalizzato, in contratti precari e intermittenti che svaporano in meno che non si dica la possibilità di creare esperienze e realtà indipendenti. Manca una compagnia stabile di giovani! Manca la formazione, manca il futuro! Non è decoroso proporre fake-show per inserire i giovani in qualche rassegna, sfruttare occasioni effimere, ottenere borderò a basso costo. Le residenze dovrebbero avere carattere formativo, sollecitare l’incontro tra esperienze diverse, puntare a combattere la desertificazione di territori/quartieri/realtà disgregate. Il teatro (nell’accezione più ampia) non è una pratica narcisistica, è socialità, incontro, scambio! 

– Il turista da crociera, quello che appena sbarca cerca un bus per Venezia, magari si fermerebbe qualche minuto in più in città se sapesse che al museo Sartorio c’è la collezione di 250 disegni del Tiepolo. Se solo lo sapesse! Si fermerebbe qualche attimo in più se, sulla via di Corto Maltese e della Corte sconta, incrociasse la figura di Francis Burton, o solo l’ombra di quel diplomatico britannico che all’hotel Obelisco tradusse Le mille e una notte. Se solo si vedesse una finestra dell’hotel Obelisco, anch’esso all’asta! Si fermerebbe magari qualche ora, se si pensasse a una biennale sui linguaggi della danza o sulla musica negli spazi dell’ex Ferriera o tra i docks del Porto Vecchio. Location ideale per la Film Commission, per le serie da programmare sullo schermo, per le fiction che restituiscono alcuni dei volti della città. Se solo penso alle Officine Grandi Riparazioni, al Lingotto a Torino, all’ex mattatoio del Testaccio, all’ex Mira Lanza a Roma, all’Ansaldo a Milano  dove vi sono i laboratori della Scala, mi chiedo come mai nessuno si impegni a offrire uno spazio che sia punto di partenza e scalo per chi vuole conoscere l’anima composita e multietnica di questa città-porto? È una questione di sguardi, di prospettive, di mappe! Una targa, una mostra, un francobollo, un gadget commemorativo per il centenario della nascita di Strehler? Sarebbe più opportuno dedicargli un Cantiere delle Arti e Mestieri dello spettacolo. Un laboratorio-officina è di per sé un palcoscenico, uno spazio/studio dove creare le premesse del gioco/incontro/scambio di attori, musicisti, danzatori, performer. Uno squero, una cavana…

 26 agosto 2021

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