Parlando ad alta voce nei larghi corridoi del centro commerciale Torri d’Europa di Trieste, ormai si sente l’eco. Già da tempo ridotto a mesto capannone in disarmo, il cui pretesto di continuare a esistere è ormai solo la presenza del supermercato e di poche altre attività superstiti, continua la sua inesorabile caduta.

Un’altra saracinesca si sta per abbassare definitivamente, un negozio di profumeria e cosmetici che in origine faceva parte di una prestigiosa catena nata e gestita a Trieste e che poi è passata di mano un paio di volte ad altre proprietà fino alla triste conclusione di questi giorni. Le lavoratrici, tutte donne ancora giovani e in ogni caso non prossime alla pensione, sono state avvisate senza troppi complimenti che resteranno presto senza occupazione.

 

Colpa della pandemia?

Il singolare momento storico in cui ci troviamo offre ottimi appigli alle aziende più spregiudicate. Con la pandemia si può giustificare qualunque colpo di mano. O forse le motivazioni sono davvero gravi, e lo sforzo economico per mantenere aperto un negozio in un centro commerciale che esige affitti stellari è superiore alle forze della società che lo gestisce.

In ogni caso, i centri commerciali a Trieste non si sono mai distinti per particolare originalità e attrattiva e, come se la maledizione di un vendicativo dio Mercurio si fosse abbattuta su di essi, stanno progressivamente seguendo lo stesso destino che, anche a causa loro, ha colpito tanti piccoli commercianti della città.

Eppure, altri spazi cittadini pubblici per i quali si potrebbero immaginare tipi di utilizzo dove far convergere le necessità della cittadinanza e quelle del piccolo commercio, dell’artigianato, dell’arte e della cultura, stanno per essere anch’essi sacrificati in nome di una visione strategica antiquata e sganciata dalla realtà.

È il caso dell’area ex Maddalena, il pluriennale cantiere dove, stando alle dichiarazioni del sindaco Dipiazza, sorgerà – a poche centinaia di metri in linea d’aria dalle Torri D’Europa – un ennesimo centro commerciale che, se verrà davvero realizzato (bisogna sempre essere prudenti con le dichiarazioni che rilascia il sindaco uscente) destabilizzerà l’assetto economico e sociale del popolare rione di San Giacomo, e di via Molino a Vento e Piazza Foraggi.

 

Incapacità o malafede?

Decisioni di questa portata possono sembrare dettate da semplice incapacità di interpretare i segni dei tempi e le trasformazioni della società. Ma ci sono elementi che fanno sospettare addirittura la completa malafede e il dolo. 

In primo luogo, i dati recentemente diffusi da Confcommercio sulle imprese attive a Trieste mostrano che negli ultimi otto anni, più di 400 imprese e attività hanno chiuso definitivamente senza essere rimpiazzate, e già solo questo dovrebbe far rivedere con urgenza i piani urbanistici di sviluppo. 

C’è poi una corposa relazione sul piano del commercio commissionata dallo stesso Comune di Trieste nel 2016 a una società specializzata che sconsiglia caldamente di utilizzare altro suolo per edificare nuove grandi superfici commerciali, facendo riferimento, tra l’altro, alle caratteristiche particolari della città rispetto a centri urbani di dimensioni analoghe.

Ma i dati sconfortanti e le autorevoli considerazioni tecniche sono state ignorate, facendo sorgere il dubbio che le operazioni finanziarie ed edilizie finalizzate alla costruzione di grandi scatole di cemento destinate a restare semivuote dopo pochi anni dalla loro inaugurazione – non prima però di aver ammazzato le piccole attività commerciali nei dintorni – siano funzionali a qualcosa di diverso dal rendere un servizio alla comunità.  

Quando alla fine degli anni novanta gli abitanti delle case di via D’Alviano adiacenti al sito in cui oggi sorge il Centro Commerciale Torri d’Europa si resero conto che una colossale costruzione avrebbe oscurato e rese meno quiete le loro abitazioni, decisero di organizzarsi e protestare. Si rivolsero a uno studio legale che non riuscì però a smuovere di un millimetro l’allora possente corazzata – poi colata a picco – delle Cooperative Operaie, detentrici della quota di maggioranza dell’operazione che avrebbe condotto inesorabilmente all’inaugurazione del grande spazio commerciale. 

I triestini avevano già una certa dimestichezza coi centri commerciali. C’era Il Giulia, anche se si tratta di una realtà di dimensioni molto più ridotte e già da parecchio tempo piuttosto in declino nonostante i periodici, fiacchi tentativi di rilancio. E si erano abituati a gite domenicali fuori porta per andare a far compere nelle grandi superfici di vendita di Friuli e Veneto. Ben più tardi dell’agglomerato di via D’Alviano sarebbe anche arrivato il Freetime di Montedoro, inspiegabile monumento alla desolazione che solo alcuni anni dopo l’apertura è stato servito da una linea di autobus; prima, l’unico modo per arrivarci era in macchina o a piedi, in un tratto di strada senza neanche il marciapiede. 

Ma l’apertura di Torri d’Europa rappresentò per la città il radicamento di un nuovo modello culturale che già da qualche tempo si stava facendo largo senza difficoltà tra tutte le fasce d’età e gli strati sociali. Attraversando le porte scorrevoli che si spalancano ossequiose agli ingressi del complesso, si accede a una dimensione di consumo globale dove si possono fare acquisti, godere di intrattenimento e socializzazione, mangiare e bere, stare al caldo in inverno e al fresco d’estate.

Due mesi dopo il taglio del nastro, quaranta metri quadri di soffitto crollano, e solo il fato interviene a evitare conseguenze gravi. Ma si era trattato di un incidente, un evento imprevedibile. Ciò che invece si può tranquillamente prevedere sono le conseguenze che a lungo termine hanno sull’economia questi bazar elettrici.

 

Concentrazione dell’offerta

Circoscrivere la distribuzione di beni e servizi in poche aree limitate impoverisce e deprime tutto il resto del territorio. Nel caso specifico di Torri d’Europa, la già fragile tenuta delle realtà produttive rionali di Ponziana e Baiamonti ha subito un colpo mortale. E, per quanto la Camera di Commercio minimizzi l’impatto dei centri commerciali sulle altre, più piccole, attività economiche della città, la già grave sofferenza causata da un sistema fiscale e burocratico paradossale in cui queste versavano si è ulteriormente acuita, oltre che per la pandemia, anche a causa della concorrenza irresistibile che direttamente e indirettamente proviene dai grandi spazi polifunzionali.

 

Voracità energetica

Un agglomerato commerciale necessita quotidianamente di una quantità impressionante di energia per far funzionare luci, frigoriferi, riscaldamento, aria condizionata, ascensori e tutti gli altri impianti tecnologici. Con un’attività continuata in tutti i giorni dell’anno, il consumo complessivo cresce e il costo viene caricato sul consumatore. Secondo l’ENEA (Ente per le Nuove tecnologie, l’Energia e l’Ambiente), il consumo elettrico medio nazionale di un centro commerciale è pari a 354 kWh/mq (IEMQ – indice elettrico per metro quadrato su base annua). Applicando questo indicatore, Torri d’Europa, con i suoi 100.000 metri quadrati di superficie, riesce a divorare in un anno la quantità di energia sufficiente a servire circa 13mila abitazioni di medie dimensioni. 

 

Salute

La deregolamentazione degli orari di vendita, oltre alla propensione del triestino medio a compiere anche brevi tragitti in auto, incentiva l’uso del mezzo di trasporto privato; di conseguenza aumenta l’utilizzo di carburante e quindi l’inquinamento. Non è un caso che, dei 100.000 metri quadrati totali di cui dispone Torri d’Europa, ben 58.000 siano rappresentati dai soli parcheggi. Storicamente, almeno alla domenica i livelli di smog si riducevano e la gente andava a farsi una passeggiata sul Carso. Ora si va a far compere in automobile e si rinuncia tre volte alla salute, perché si fa meno movimento, si respirano i gas di scarico e ci si stressa nel traffico.

 

Più tempo, meno qualità

Estendere il tempo da dedicare agli acquisti ne ha peggiorato la qualità. La stanchezza dei lavoratori, le tipologie di contratto con i quali vengono reclutati (tempo determinato, a progetto, collaborazione, etc.) e la conseguente carenza di formazione sono elementi che non accrescono la capacità di valutazione e la competenza. Spesso ci si trova a chiedere informazioni a commessi o addetti ai reparti non sufficientemente istruiti su ciò che devono vendere. Per non parlare di quando si è nella penosa situazione di dover sporgere un reclamo.   

Alle Torri d’Europa gli spazi di vendita chiudono e restano sfitti. Sui tre livelli che corrono sovrapposti in forma ellittica, la presenza di negozi, bar e punti di ristoro è sempre più rarefatta. In una malinconica quiete, saracinesche abbassate e vetrine oscurate si alternano a modeste esposizioni di merci presidiate da commesse in attesa di acquirenti. 

I grandi gruppi che controllano i centri commerciali si inventano soluzioni artigianali per tentare di contenere il crollo. Chiamano personaggetti televisivi, cabarettisti da dopolavoro e soubrette attempate per richiamare pubblico e ripopolare quel deserto coi pavimenti lucidi e le insegne spente. 

Ma la trovata più paradossale è quella di allestire bancarelle e organizzare mercatini all’interno del centro commerciale stesso. Dopo aver contribuito a distruggere con le sue politiche aggressive il piccolo commercio e l’artigianato, ora il sistema della grande distribuzione scimmiotta proprio le sue vittime designate per tentare di dare un’aria più umana a quell’ecosistema artificiale in cui non entra mai la luce del giorno. 

 

 

In altri Paesi il piccolo commercio sta riprendendo piede a scapito della concentrazione tipica degli agglomerati di vendita. Negli Stati Uniti, ad esempio, la costruzione dei centri commerciali si era addirittura interrotta per molti anni, e solo recentemente, e con molta cautela, si stanno nuovamente progettando insediamenti di questo tipo. Ma l’America ha territori vasti, tante piccole cittadine e villaggi isolati che rifornire di tutti i beni necessari in maniera capillare sarebbe impossibile; quindi, la presenza di centri commerciali – laggiù chiamati “mall” – in un contesto di questo tipo può avere un senso. 

In una provincia piccola come quella di Trieste, creare grandi volumetrie d’affari ha invece significato un generale impoverimento su tutti i fronti, e se si vorrà uscire dalla difficile situazione in cui il mercato e l’economia si trovano bisognerà iniziare, tra le mille altre cose, a pensare per tempo a come utilizzare in maniera intelligente questi enormi spazi che, prima o poi, finiranno per liberarsi.

 

Livio Cerneca – Coordinamento Politico di Adesso Trieste

Illustrazioni di Giulia Baldissera

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