Ieri, in occasione della Giornata mondiale dell’acqua, è uscito un articolo sul Piccolo dai toni abbastanza “promozionali” rispetto all’operato dell’ AcegasApsAmga in merito alla gestione del servizio idrico in città. Molte informazioni, di sicuro interesse della cittadinanza, sono state omesse, come ad esempio le tariffe esorbitanti applicate a Trieste e alcuni dati sembrano non trovare corrispondenza con altri dati rilevati da fonti autorevoli. 

Per cominciare va sottolineato come il Protocollo d’Intesa siglato nel 2013 tra il Comitato di Sindacato di Hera SpA e con l’A.D. del Gruppo Hera e il Comune di Padova e di Trieste sia stato completamente disatteso in merito al radicamento territoriale dell’azienda con la perdita di posti di lavoro (da 1000 dipendenti ora la società ne conta meno di 700), di impoverimento del know-how attraverso l’aumento delle esternalizzazioni e di mancati investimenti diretti al rifacimento della rete idrica che risulta, al di là di quanto si legge dalle colonne del Piccolo, essere un colabrodo.  Trieste, infatti, disperde ben il 40,7% dell’acqua potabile immessa in rete a fronte di una media regionale che si assesta sotto al 30% e a una media nazionale del 36% (Fonte: Legambiente in collaborazione con Ambiente Urbano e Sole 24 Ore , Ecosistema Urbano, 2020). E siccome il costo è parametrato sulla quantità immessa in rete e non quella che effettivamente giunge nelle nostre case, una famiglia triestina con un consumo stimato di 150mc/anno paga per il servizio idrico 398 euro rispetto ai 289 euro della media regionale (Fonte: Cittadinanzattiva – Osservatorio prezzi e tariffe, 2019).

Perché si è arrivati ad una situazione simile? Il motivo è duplice. Da una parte l’aver affidato la gestione di servizi pubblici essenziali a una Spa ha fatto sì che questa, come da missione, abbia perseguito la logica del profitto attraverso il taglio dei costi e degli investimenti. Dall’altro la scarsa lungimiranza dei nostri amministratori. Il Comune di Trieste, in qualità di Comune socio di Hera Holding S.p.a., ha l’interesse che quest’ultima faccia utili in modo da incassare a fine anno i dividendi della società. Anziché, come indicato nel succitato Protocollo d’Intesa, reinvestire questi soldi per servizi utili alla cittadinanza o per l’erogazione di contributi alle famiglie bisognose per l’abbassamento delle tariffe, l’attuale Giunta, come la precedente, ha preferito utilizzare gli introiti per iniziative più spendibili dal punto di vista elettorale oppure per ingrossare i fondi per le opere di manutenzione ordinaria (come le asfaltature). Una strategia questa perseguita anche attraverso la vendita delle azioni Hera: le Giunte Cosolini e Dipiazza III hanno venduto nel complesso circa 18 milioni di azioni, portando a una riduzione della quota del Comune nel capitale della multiutility emiliana dal 5% al 3,7%. 

Secondo Adesso Trieste la gestione dell’acqua, bene comune per eccellenza, deve tornare a essere pubblica.  I cittadini stessi si erano espressi in questa direzione al referendum del 2011, quando il 95% dei triestini (85.343 persone) aveva votato in favore della ripubblicizzazione dell’acqua, venendo però ignorati sia dalla Giunta Cosolini che dalla Giunta Dipiazza.  La ripubblicizzazione dei servizi pubblici essenziali che vogliamo non coincide semplicemente con un’idea, pur essenziale, relativa alla natura giuridica di diritto pubblico del soggetto gestore ma riformula la definizione di “pubblico” con quella di “bene comune” il che implica il superamento della semplice delega alle istituzioni e una partecipazione popolare diretta.

La partecipazione può essere assicurata attraverso l’introduzione nei CDA aziendali di una forma organizzativa in uso in altri paesi, il Consiglio del Lavoro, che valuti strategie aziendali, decisioni di localizzazione, condizioni e organizzazione del lavoro, impatto delle innovazioni tecnologiche su lavoro e retribuzioni. Nei Consigli (che sarebbero quindi anche “della cittadinanza”) si siederebbero anche rappresentanti di consumatrici e consumatori e di persone interessate dall’impatto ambientale delle decisioni.

Ma ricostruiamo la storia. Da Azienda municipalizzata di successo con utili di decine di miliardi di lire, nel 1997 l’Acega viene trasformata in Spa con capitale interamente pubblico. Nel 2003 con il primo mandato Dipiazza, viene fatta la fusione con APS del Comune di Padova. Da questo momento e fino alla fusione-incorporazione nel Gruppo Hera (2013) la gestione passa quasi interamente nelle mani del management padovano che porterà la società AcegasAps ad un indebitamento finanziario netto di 500 MIL €. Non solo. In quegli anni vengono smantellate nel territorio giuliano alcune infrastrutture chiave come il sistema di telecontrollo, disattendendo per l’ennesima volta, il Protocollo d’Intesa del 2013 che prevedeva il mantenimento delle capacità tecnico operative di gestione dei cicli a livello territoriale. Pertanto, nel caso un domani il Comune di Trieste decida di portare in-house il servizio sarà costretto a costruire ex-novo il sistema oppure ad andare in service con Hera per l’affitto del sistema attualmente dislocato a Forlì. Non da ultimo il Protocollo suddetto prevedeva anche un futuro e maggior coinvolgimento dei lavoratori e dei Sindacati nell’elaborazione delle decisioni aziendali, cosa mai avvenuta. 

Una storia inquinata per l’acqua triestina che speriamo possa presto essere depurata.

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