Siamo nuovamente in pieno lockdown, ma come dice il nostro Sindaco, “stiamo vivendo un momento meraviglioso e stiamo facendo cose incredibili per la nostra città”: quindi non poteva mancare l’inaugurazione di “una delle cose più importanti di questi cinque anni”, l’Urban Center Trieste. Ai molti non è ancora chiaro di cosa si tratti, ma durante la cerimonia ce lo spiega l’assessore Giorgi: “L’Urban Center è il polo internazionale che sposa le scienze della vita con l’high tech. È un incubatore di nuove startup del biomedicale ma non solo: diventerà presto un contenitore vivo che si riempirà di persone. Qui ci si incontrerà, si sperimenterà, ci si contaminerà di idee e di esperienze dai bambini agli anziani”.

Continuando ad ascoltare la diretta web dell’inaugurazione, si delinea un po’ più chiaramente la situazione: i centinaia di metri quadrati rimessi a posto dell’immobile di Corso Cavour 2/2 , già sede degli Uffici di servizi vari del Ministero Economia e Finanza, accanto al noto Emporio Mirella, ospiteranno essenzialmente spazi per start up nell’ambito biomedicale. Una bella notizia: 12 startup avranno la possibilità di utilizzare gratuitamente tali spazi, potendosi dedicare allo sviluppo della propria impresa con un bel fardello economico in meno. Ma… Quindi, perché si chiama “Urban Center”? Solo perché si trova effettivamente in città? Certamente non solo per questo. Tornando alle parole di Giorgi, è previsto che l’edificio si riempia di persone che avranno la possibilità di incontrarsi, sperimentare, contaminarsi di idee ed esperienze. Ecco che al piano terra dell’edificio trova spazio un meraviglioso Fab Lab, “dove tutta la cittadinanza potrà concretizzare le proprie idee con software e stampanti 3D a disposizione della comunità”. 

Senza nulla togliere ai Fab Lab e alla creatività digitale… Ma era davvero solo questo ciò di cui cittadine e cittadini di Trieste avevano bisogno in un Urban Center? Il nostro Sindaco ne è convinto. A noi sembra che per l’ennesima volta si stia ripetendo la supponenza nel fare le cose, sbandierando che sono per i cittadini, senza davvero interpellare i diretti interessati.

Se davvero l’intenzione era quella di fare qualcosa per le cittadine e i cittadini, perché non farlo insieme a loro? Perché non interpellarli visto che si trattava di un bene comune da ristrutturare?

Non ci sarebbe stato molto da inventare, semmai si sarebbe potuto copiare da molte altre città italiane, come Bologna o Torino, che lo fanno decisamente bene. Città che credono ed investono sulla partecipazione, e in cui tra l’altro il significato di Urban Center è ben diverso. Dal sito dell’Urban Center di Bologna, si scopre per esempio che «l’Urban Center ha lo scopo principale di promuovere la cultura e la divulgazione sui temi urbani a livello cittadino, ma anche nazionale e internazionale (…) L’obiettivo è mettere in comune dati e informazioni, per stimolare così riflessioni, dibattito pubblico e proposte sul futuro della città (…) A questo obiettivo concorre anche il modo in cui si utilizzano gli spazi (…) essi sono destinati infatti ad ospitare le molteplici attività utili al coinvolgimento dei diversi interlocutori interessati alla trasformazione materiale e immateriale della città». Insomma, l’Urban Centre può essere definito, senza per forza ricorrere ad affascinanti anglicismi, come la Casa della Città: un luogo accessibile e inclusivo, dove conoscenze differenti e i vari attori della vita della città si incontrano, e dove vengono messe a disposizione delle risorse per sviluppare la capacità di questi attori di costruire insieme proposte e progetti.

D’altronde l’Amministrazione ha già dimostrato come intende promuovere e valorizzare le conoscenze e la partecipazione dei cittadini, ad esempio con l’esiguo coinvolgimento dei cittadini nella piattaforma partecipativa – o per meglio dire “consultiva” – in occasione della riqualificazione di Piazza Sant’Antonio (arrivarono appena 63 commenti in un mese). Ma il tempo di co-progettare è passato, le destinazioni d’uso sono state ben che decise, come sempre a porte chiuse, e non resta che attendere la fine di questa pandemia per poter cominciare a cimentarsi con le stampanti 3D.

… Finché al minuto 21:10 della diretta non viene dato un annuncio: centinaia di mq del secondo piano sono ancora liberi, e tutto il terzo piano è vuoto! L’appello è rivolto a tutti, non solo ai partner ma anche a chi è interessato a sviluppare Urban Center con la propria professionalità. L’iniziale stupore piano piano lascia spazio a un’idea. E se fossero i cittadini a decidere cosa fare nel 3° piano? 

Adesso Trieste, se fosse alla guida dell’amministrazione, avvierebbe prioritariamente un processo partecipativo ad hoc proprio per deciderlo insieme alla comunità. Nelle prossime settimane vi racconteremo come!

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