La prima impressione è di trovarsi effettivamente in un luogo bombardato e poi dimenticato, e se l’effetto fosse voluto potrebbe anche essere uno straniamento interessante da far provare a chi vuole visitare il Museo della guerra per la pace “Diego de Henriquez”. Ma purtroppo si tratta soltanto di un profondo stato di degrado e abbandono che accoglie i temerari turisti o cittadini che hanno deciso di spingersi fino a qui, nell’ultimo tratto di via Cumano, nel quartiere di Montebello, tra caserme diroccate, verde mal curato e transenne sole, per visitare quello che è in realtà un museo molto curato, con una forte impronta anche visiva.

Verrebbe da dire: per una volta che le cose sono state fatte bene, il progetto è stato curato, l’allestimento è chiaro e pulito, l’edificio ristrutturato a regola d’arte, l’amministrazione comunale ha compiuto un vero e proprio atto di sabotaggio nei confronti di questo museo (e dell’attiguo Museo di storia naturale) perché non ha saputo prendersi cura del contesto. Non solo l’ha collocato in un luogo totalmente decentrato, ma non ha fatto niente per renderlo ben visibile e riconoscibile dalla strada, magari mettendo la sua iconica H colorata accanto al portale di accesso.

L’ingresso dalla strada si presenta in uno stato fatiscente, ci sono erbacce ovunque, il passaggio per arrivare all’entrata è sbarrato da transenne e mancano le indicazioni sul percorso da fare per accedere all’edificio, al punto che un visitatore ignaro potrebbe pensare che il museo è chiuso. Davanti all’edificio c’è un grande piazzale vuoto, dove però i visitatori non possono posteggiare, è accessibile soltanto al personale.

Il biglietto di ingresso costa 3 euro (2 euro il ridotto), gli ingressi giornalieri variano da 20 a 50 persone a seconda delle stagioni. Il percorso espositivo copre due piani. I pannelli con le didascalie sono molto chiari e forniscono tante informazioni, ma bisogna ammettere che sono anche molto numerosi e fermarsi a leggere tutto alla lunga risulta molto stancante. Ne risente inevitabilmente il secondo piano, dove le informazioni sono più tecniche. Forse accompagnare la visita con supporti audio o video, con audioguide o app, potrebbe rendere più piacevole la visita e più accessibile il museo alle famiglie con bambini, che inevitabilmente nella seconda parte si annoierebbero di più. Trovare un ologramma di Diego de Henriquez che ti spiega la storia di Trieste tra i due conflitti forse potrebbe essere una soluzione. 

Le visite guidate si possono richiedere solo prenotando in anticipo e costano 55 euro. I mezzi e le artiglierie esposte sono di grande effetto, ma non abbiamo trovato nessuna spiegazione su come effettivamente funzionavano, come venivano posizionate e utilizzate, come venivano caricati i cannoni o calcolate le traiettorie, e in definitiva le spiegazioni tecniche. Potrebbe essere stata una scelta presa a ragion veduta per non voler in nessun modo esaltare la guerra. Ma bisogna dire allora che manca del tutto il racconto immersivo della guerra che faccia capire quanto la guerra sia sporca e pericolosa, la parte terribile della morte e della distruzione che comporta. Si cammina in uno spazio bianco e asettico, da cui sono completamente assenti le sensazioni di paura che la guerra comporta, i rumori devastanti, lo scoppio delle bombe, le sirene degli allarmi antiaerei. 

Forse allora rendere più coinvolgente l’esperienza, anche cercando di far capire come si viveva in una trincea della Prima guerra mondiale, mettendosi nella prospettiva di un fante che veniva mandato a combattere sul fronte a 18 anni, al caldo estivo e al freddo invernale, in mezzo ai rumori della battaglia, tra i topi e il disagio, nel sentimento costante di angoscia, potrebbe andare verso lo scopo per cui questo museo è stato costituito. Perché non rendere in qualche modo più interattiva la visita, anche semplicemente dando la possibilità di indossare uno zaino per capire qual era il carico che i fanti dovevano portarsi appresso nelle lunghe e difficili marce forzate? O provare l’esperienza di indossare una delle maschere antigas che dovevano tenere su per giorni interi?

Passando accanto alle stanze dell’archivio e della biblioteca, ci chiediamo perché sia necessario prendere un appuntamento in anticipo per visitarli, dal momento che il funzionario è presente. 

Infine, chiediamo al personale se si sa qualcosa degli altri hangar che dovrebbero ospitare la collezione di Diego de Henriquez che riguarda la Seconda guerra mondiale, e di cui si parla dal lontano 2012 (sono dieci anni fa!), ma che non sono ancora stati aperti. Pare che dovremo aspettare ancora, ma quanto di preciso nessuno lo sa.

 

Al Museo ci eravamo passati già in estate, in una delle nostre esplorazioni urbane che potete leggere qui: https://adessotrieste.eu/2022/07/24/adesso-montebello/