Su una landa carsica, o in un bosco, i punti di riferimento possono essere formazioni rocciose, alberi di forma particolare, la cima di un’altura, un tronco precipitato a terra. In città, i punti di riferimento sono soprattutto i negozi. È rassicurante passare su un marciapiede e ritrovare sempre al loro posto certe vetrine, le insegne luminose con nomi familiari, e scoprire che sono state esposte le ultime novità, articoli di cui ci fermiamo a guardare caratteristiche e prezzo col naso incollato alla lastra trasparente.

Ma molte lastre sono ormai opache di polvere. E se aumentano ogni giorno le saracinesche abbandonate ad arrugginire, non solo nelle periferie ma anche nel centro della città, fa ancora più male al cuore quando a interrompere per sempre l’attività sono i negozi storici, i nomi familiari, i punti di riferimento.

A Trieste, la moria di attività commerciali vecchie e nuove è particolarmente evidente. Alla fine dell’anno chiuderà anche uno storico negozio di articoli fotografici. Sembra che i proprietari non siano riusciti a trovare qualcuno che lo rilevi e ne continui la tradizione.

Qualcuno potrebbe dire “bah, nostalgie dei tempi che furono. Adesso ci sono i centri commerciali!”
No, la malinconia che ci prende quando ci aggiriamo nei centri commerciali di Trieste è anche più dolorosa. Ma dei centri commerciali, della loro obsolescenza e dei danni che producono al tessuto economico e sociale abbiamo già parlato in un articolo qui.

La penuria di offerta e di varietà dei prodotti nei negozi della città è ben nota ai triestini. È da lì che nasce il detto “la provi in Friul”, in cui viene raffigurata la caricatura di uno scocciato commesso che invita il cliente ad arrangiarsi. Ma se quella è una caricatura, la perenne carenza di approvvigionamenti e un assortimento limitato sono purtroppo reali, in molti casi, e dipendono da diversi fattori, alcuni comuni al resto del Paese, altri caratteristici della nostra città: il costo insostenibile per i piccoli imprenditori di tenere un magazzino, perché il fisco lo considera reddito e bisogna pagarci sopra le tasse; il progressivo spopolamento della città; l’innalzamento dell’età media e la conseguente diminuzione della domanda di beni più specifici, di nicchia o specializzati; la presenza di catene della grande distribuzione che fagocitano sia il settore alimentare sia quello più generico che va dall’abbigliamento agli elettrodomestici, dagli articoli sportivi alla drogheria, spesso le uniche in grado di pagare affitti esorbitanti.

Si aggiunga a tutto ciò anche la concorrenza micidiale dell’e-commerce, Amazon ma non solo, e l’affanno in cui si trova chi deve mandare avanti una piccola bottega o un negozio anche di medie dimensioni diventa una scommessa che sempre meno persone sono disposte a fare.

Il dovere di una pubblica amministrazione locale che si confronta con tutta la fatica di questi cittadini che lavorano per vivere e per offrire un servizio agli altri abitanti della città, dovrebbe essere di aiutarli, sostenerli, incentivarli, facilitarli, alleggerirli da adempimenti burocratici, sgravarli il più possibile da spese e balzelli, mediare per trovare accordi favorevoli sia ai proprietari dei fori commerciali sia a chi vorrebbe prenderli in affitto, per favorire anche l’insediamento di botteghe artigiane.

Insieme a queste azioni strutturali di grande respiro che richiedono un’attenta pianificazione e un coinvolgimento degli stessi operatori, ma soprattutto una volontà politica, si possono mettere in atto anche piccole iniziative che però riescono ad avere effetti immediati e a cascata. Il Comune di Barcellona, in Catalogna, ad esempio, per incentivare gli acquisti natalizi nei negozi di prossimità, distribuisce ai cittadini buoni acquisto da 10 euro da spendere nel commercio e nella ristorazione del proprio quartiere. Una cifra poco più che simbolica, ma un potente incoraggiamento a stabilire connessioni con i piccoli rivenditori.

Di diverso avviso è il Sindaco di Trieste che, pur essendo per vocazione un salumiere, non mostra comprensione e solidarietà verso la categoria: i piccoli negozi di alimentari sono stati annientati dall’apertura di un numero impressionante di supermercati che il primo cittadino continua ad autorizzare e a inaugurare. Nessuna particolare forma di agevolazione e supporto è stata progettata dal Comune per sostenere i commercianti duramente provati dalla pandemia, a eccezione del temporaneo dimezzamento della Tari (l’imposta locale sullo smaltimento dei rifiuti) e della possibilità di allargarsi sugli spazi esterni sistemando sedie e tavoli, salvo poi dimenticare di regolare la sosta degli automezzi, mettendo in difficoltà sia gli automobilisti sia gli esercenti. L’eventuale vantaggio di poter occupare strade e marciapiedi senza ulteriore pagamento di tasse ovviamente vale solo per chi già dispone di uno spazio all’aperto. Chi non ce l’ha è doppiamente penalizzato.

Impressionante poi che l’ente preposto alla cura e tutela del commercio locale, cioè la Camera di Commercio, non abbia mosso un dito in tutti questi anni in cui le attività chiudevano, le saracinesche si abbassavano, la città pian piano spegneva la sua forza produttiva e accendeva costose luminarie natalizie.

Nel 2008 le imprese di commercio al dettaglio a Trieste erano 219, nel 2019 erano scese a 160. Nel frattempo, la Camera di Commercio tassava gli imprenditori superstiti con un tributo per la realizzazione del famigerato Parco del Mare, 8 milioni di euro che potrebbero servire a sostenere il settore commerciale in sofferenza e invece contribuiranno a far prosperare ancora di più società finanziarie e speculatori.

Aiutare a tenere aperti i negozi che resistono, e incentivare chi volesse aprirne degli altri, non è solo una necessità economica e sociale. Ci serve anche ad avere ancora dei punti di riferimento per orientarci e dare un senso di comunità allo spazio urbano.

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