Il recente appello alle istituzioni fatto dal presidente dell’Ater Riccardo Novacco a seguito di alcuni episodi di cronaca (qui e qui) che hanno coinvolto complessi di edilizia sociale, prontamente strumentalizzati da varie forze politiche, apre la discussione su problematiche e situazioni di difficoltà complesse e profondamente radicate nel contesto sociale delle periferie di Trieste. Situazioni certo difficili da affrontare e comprendere se le si guarda da un singolo punto di vista, ma che si possono racchiudere nel contenitore della gestione e prevenzione delle situazioni di fragilità sociale. Un contenitore che spesso è stato nascosto come la polvere sotto il tappeto della responsabilità d’altri, ma che invece andrebbe finalmente aperto e affrontato con la partecipazione e responsabilità di tutti: dalle istituzioni ai cittadini stessi che, spesso, non vengono considerati nell’analisi della situazione mentre potrebbero essere una fondamentale risorsa.

Ma andiamo con ordine. L’Ater, per sua stessa natura di mandato, ha quotidianamente a che fare anche con le fasce più fragili della popolazione, quelle che hanno necessità di un aiuto perché gli venga garantito il diritto alla casa, quelle che hanno necessità di abitazioni dotate di particolari adattamenti (si pensi alle persone con disabilità), o anziani soli. In questo senso, l’appello del presidente Novacco ad aprire un tavolo di discussione con le istituzioni sui temi del degrado e della fragilità dei quartieri periferici, inteso come un possibile contributo di un ente capillarmente diffuso sul territorio e che può quindi avere il polso di quale sia la situazione nei vari complessi abitativi e nelle realtà rionali, è da intendersi senza dubbio come un’iniziativa degna di lode, e un possibile aiuto all’amministrazione comunale per poter avviare interventi di riqualificazione e di sostegno mirati e pensati per le specifiche situazioni. Ci sarebbe da chiedersi come una simile idea non sia arrivata proprio dall’amministrazione stessa, che ha a portata di mano una tale risorsa. Ma non è questo lo spazio né il tempo adatto a sterili critiche, quanto più per pensare e progettare il futuro.

Ovviamente le strade e i possibili approcci sono molteplici, alcuni già tentati con più o meno convinzione a seconda delle situazioni. Di questi, quello che sicuramente ha avuto la minore efficacia sul lungo periodo è l’invocare il pugno di ferro delle forze dell’ordine come recentemente si è sentito. Allora come affrontare l’annoso problema dell’isolamento delle periferie, del degrado diffuso, dell’integrazione sociale, della lotta alla fragilità? Senza dubbio le prime e migliori armi contro l’isolamento sono proprio la comunicazione e il dialogo. Aprire l’ascolto ai cittadini e alle loro istanze, andare a vedere in prima persona le situazioni che vengono vissute come critiche, favorire le proposte di soluzioni dal basso e rivitalizzare gli spazi. La presenza delle istituzioni nelle periferie con punti di promozione e animazione sociale è infinitamente più efficace di quella delle volanti della squadra mobile. Aiutare le singole realtà a realizzare  progetti, promuovere iniziative culturali, aumentare i collegamenti (sia fisici che comunicativi) con gli altri quartieri e il centro cittadino, aumentare e rigenerare gli spazi pubblici, dare la possibilità alle persone di adoperarsi per il proprio quartiere in maniera sempre più semplice sono le migliori strategie possibili da mettere in campo.

Esempi virtuosi di questo tipo esistono già, e alcuni tentativi sono stati fatti anche nella nostra città. Pensiamo alla recente apertura al mercato ortofrutticolo a km 0 ad Altura, al lavoro fatto sulla piazza e i giardini di Borgo San Sergio, ai progetti Habitat Microarea, all’associazione Wheel Be Fun che ha completamente rianimato lo skate park di San Giacomo, il progetto “Fai d’Ater” di Melara coordinato dalla cooperativa sociale La Collina con la collaborazione della Microarea, solo per citarne alcuni. Progetti che in alcuni casi hanno funzionato e che in altri sulla carta avevano grandi potenzialità, ma a volte afflitti da gravi problemi di gestione e regia, che non hanno permesso di svilupparle appieno. 

Tantopiù nella crisi Covid, che ha portato da un lato a non poter più utilizzare i luoghi chiusi e dall’altro a un bisogno di socialità proprio all’interno delle periferie, le buone pratiche sono interamente da ripensare. Le periferie sono tornate a essere spazi in cui le varie anime della città s’incontrano, in cui c’è grosso fermento culturale, politico e sportivo, forse nella sua accezione migliore, quella libera, capace di dare a tutti le medesime opportunità di partecipazione. Proprio questa è la chiave, in controtendenza con quanto avviene nel centro città, dove viene premiata l’esclusività di un luogo o di un evento e dove chiunque non possa permettersi i requisiti di base per la partecipazione viene lasciato indietro. Allo stesso tempo si deve ragionare sulla prevenzione reale, quella primaria, tramite la creazione di una Comunità Educante per lo sviluppo di appartenenza ai luoghi di vita e partecipazione. Questo può essere fatto appoggiandosi alla preziosa realtà delle Microaree, puntando a una rinnovata collaborazione tra esse e l’Amministrazione Comunale, ASUGI e ATER, che porterebbe sicuramente un valore aggiunto al panorama di servizi e progetti di Trieste. 

Per Adesso Trieste le periferie svolgono un ruolo centrale nella città del domani, e riteniamo di fondamentale importanza fare un lavoro approfondito e sistemico sui flussi, sulle relazioni, sugli spazi pubblici.

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